Milton Friedman boccerebbe Bernanke, il creatore di moneta

Sono giorni di gloria questi per noi monetaristi: dopo una sventagliata di conati di ritorno allo statalismo, si è tornati a parlare di cose serie. Sembra persino essere riapparso il nome di Milton Friedman nel pubblico dibattito, al punto che il Wall Street Journal, con un articolo di David Wessel, si è chiesto cosa avrebbe pensato l’economista liberista dei progetti della Fed. di Antonio Martino
6 AGO 20
Immagine di Milton Friedman boccerebbe Bernanke, il creatore di moneta
Tuttavia, c’erano due principi costanti nel pensiero di Friedman. Il primo che la moneta era troppo importante per essere affidata ai banchieri centrali; per questa ragione preferiva l’adozione di regole di condotta monetaria alla sua gestione arbitraria da parte di qualsivoglia autorità. Il secondo principio, ancora più importante, è che la moneta è importante non perché possa risolvere qualsiasi problema ma perché è in grado, se mal gestita, di fare danni enormi al regolare funzionamento dell’economia. La politica monetaria, nel pensiero monetarista, non è affatto una panacea; qualsiasi studioso serio che accetti l’impostazione friedmaniana preferirebbe che non ce ne fosse alcuna. Per questo il genio di Chicago avrebbe voluto l’abolizione delle banche centrali e considerava l’adozione di regole come second best rispetto alla soluzione ideale.
Per queste ragioni chiedersi cosa avrebbe detto Friedman dell’adozione da parte della Fed di una politica monetaria espansiva (quantitative easing) adesso è meno velleitario di quanto possa sembrare. Friedman avrebbe anzitutto spiegato per l’ennesima volta che la politica monetaria non è in grado di controllare durevolmente i tassi d’interesse reali ma solo quelli nominali e che quello che conta è la rapidità con cui si espande la massa di mezzi di pagamento in circolazione. Avrebbe anche aggiunto che alla lunga la quantità di moneta non influisce sul reddito reale e sull’occupazione. Avrebbe in conseguenza di ciò guardato con scarso rispetto all’idea che l’adozione di una politica monetaria espansiva possa risollevare l’economia reale degli Stati Uniti.
Sarebbe stato d’accordo con Alberto Bisin: “La politica monetaria non ci salverà” e avrebbe bollato come assurda l’idea che la politica di bilancio (deficit spending) sia un’alternativa all’espansione monetaria. Per lui entrambi gli strumenti non servono a ridurre la disoccupazione o a promuovere lo sviluppo. Credeva nel pareggio del bilancio su base annua come regola per contenere gli eccessi degli spendaccioni, nella crescita stabile della quantità di moneta per evitare inflazione e deflazione e nella riduzione delle aliquote d’imposta per stimolare risparmio, investimento, occupazione e sviluppo. Sarebbe stato d’accordo con Bisin anche sul fatto che “le aspettative di nuove tasse abbattono i rendimenti attesi” e scoraggiano gli investimenti. In un esame di Economia 100 (il corso per principianti) avrebbe dato F (bocciatura) sia a Bernanke sia allo staff di Obama. Quanto a questi ultimi, ci sarà pure una ragione per cui Christina Romer, economista keynesiana ma brava, si è dimessa dal prestigioso incarico di Chairman of the Council of Economic Advisers del presidente americano.
Quando penso al mio amico Milton mi rendo conto di quale immeritata fortuna sia stata conoscerlo. Paul Samuelson avrebbe voluto che sulla sua tomba fosse scritto “è stato uno studente di Gottfried Haberler”; non è difficile immaginare cosa vorrei fosse scritto sulla mia!
di Antonio Martino